I racconti

scritto da enzo88
Scritto 21 ore fa • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 12 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di enzo88
Autore del testo enzo88

Testo: I racconti
di enzo88

Verso le 17.10 del 16 marzo 2026, mi venne voglia di scrivere questo libro. Era una cosa che desideravo fare da quando ero adolescente, e ora avevo trentasette anni. Un desiderio mai maturato fino a oggi: come una primavera arrivata dopo trentasette anni.

Non sapevo ancora di cosa parlare. Sì, di un racconto, ma di che tipo? Genere horror, avventura, fantasy... Racconto breve, lungo? Oppure incominciare a scrivere e poi decidere? E così feci.

Questo racconto è personale ed è tratto da un'esperienza che ho vissuto intorno ai venticinque anni. Non ho tantissimi dettagli, ma neanche pochi, visto che riguardava me medesimo. Spero soltanto che sia piacevole e coinvolgente, e che non vi annoi in nessun modo. Essendo questo il primo, spero di tanti altri racconti.

Buona lettura e grazie.


Avevo problemi di tipo esistenziale nella mia gioventù. Il mio modo di vedere le cose era chiaro: basato sull'onore, il rispetto, il saper vivere e comportarsi. Fare la cosa giusta. A volte era difficile? Sì, tantissimo. Ci riuscivo? Non sempre.

Spesso, però, mi privavo di qualcosa per rispetto verso il prossimo, e non mi pesava: anzi, mi faceva stare bene.

Tutto questo modo di essere e vedere le cose mi portava però a essere pesante, orgoglioso e, forse senza rendermene conto, superbo e arrogante. Dato che tendevo a giudicare le persone e a trattarle con sdegno. Io volevo solo avere sicurezze, e questo mi portava a essere in qualche modo violento.

Ora non so se questo è stato il motivo, ma forse una concausa della mia solitudine. Ma devo dire che quest'ultima, la solitudine, mi ha sempre spaventato.

Ecco la solitudine… Chi non l'ha provata? In qualche modo, per quanto tempo mi ha spaventato, levato il fiato, messo così tanta paura da traumatizzarmi. Ma perché? Eppure è uno stato psicofisico che fa parte della vita. Perché non accettarlo con serenità? Perché cercare di sfuggirgli sempre?

La paura di essere soli. Ma è mai possibile avere paura pure di questo?

Eppure le persone lo dicono: "Veniamo al mondo da soli e ce ne andremo da soli". E a questo punto aggiungo: e vivremo anche da soli, magari non sempre, ma spesso.

E sì, ad oggi credo che sia così. Ma dodici anni fa, anno più anno meno, e fino a pochi mesi fa, per me non è stato proprio così.

In questo lasso di tempo – che va da quando ritornai dalla mia esperienza di volontario nell'esercito, finita quando avevo ventun anni, e poi, laureatomi intorno ai ventiquattro, venticinque anni – incominciai a soffrire questa condizione umana, la solitudine. Che mi spaventò a tal punto da spingermi a cercare la compagnia di altre persone e a fare nuove amicizie, mettendo da parte quello che era il mio modo di vedere la vita – e quindi di cosa sia giusto e sbagliato – pur di sopperire a quella paura.

La prima volta che la incontrai – la solitudine – fu appena ritornato dall'esercito.

Tornato a casa, non avevo più amici. Mi ritrovai, con i miei ventun anni, senza i compagni delle ultime esperienze e, tanto meno, senza quelli del liceo di tre anni prima. Morale della favola: mi sentii completamente solo. E la cosa mi rattristava e addolorava profondamente.

Purtroppo avevo paura di parlarne in famiglia e non trovavo soluzione a tutto questo. E lì è stato il primo momento in cui ho sperimentato l'insicurezza, l'incertezza, la mancanza di una soluzione convincente. L'inizio del crollo di tutte le mie convinzioni.

Ancora adesso, a pensarci, sento quel dolore di quel povero ragazzo che ero. Che voleva solo una compagnia, una spalla, qualcuno che lo capisse, lo supportasse e condividesse con lui tutto il bello e il brutto. Ma ahimè, non era il mio destino in quel momento.

E purtroppo, a quell'età, era per me inaccettabile stare da soli. Sentivo come se passare quel momento – a quell'età, così – mi avrebbe fatto impazzire e diventare stupido. Mi sentivo davvero spezzato in due. Avevo tanto bisogno di una guida, di qualcuno che mi facesse capire. Ma purtroppo non c'era. E io, anche, non ebbi il coraggio di aprirmi. Ma soltanto perché sentivo dentro di me che non era la cosa migliore e giusta da fare. E me ne vergognavo.

La soluzione fu tradire me stesso per non sentirmi solo. Me ne pento? Sì, un poco. Avevo scelta? No, non ne avevo.

Incominciai a frequentare nuove amicizie. Ma con il senno di poi, devo ammettere che tutto ciò che non nasce spontaneamente non potrà mai essere uguale all'autenticità di quello che arriva con naturalezza.

Detto questo – che è, per sommi capi, un'introduzione breve di un piccolo aspetto di quello che sono – vorrei occupare questo spazio per parlare di esperienze personali che mi hanno emozionato, nel bene e nel male.
                                                                
CAP. 1 – Il V.F.P.1

V.F.P.1. Ovvero: Volontario con Ferma Prefissata di un anno. È stato, appunto, il mio anno di volontario con successiva riafferma nell'esercito italiano. Ovviamente. No, non nella legione straniera, hehehe…

Mi ricordo piuttosto bene i motivi delle mie scelte. Era il lontano settembre del 2008 quando mi arruolai. Presi coscienza di quella decisione dopo quasi un anno a spasso con qualche amico reduce dei miei anni liceali. Mesi passati nel limbo dell'università di Giurisprudenza di Napoli, nel cosiddetto "Palazzo di Vetro" situato a via Marina, in cui non provai a fare neanche un esame. Dopo tanti mesi decisi che, per concretizzare qualcosa – dato che avevo ansia di essere inconcludente – era giusto trovare un lavoro che mi desse un contratto statale, pulito, e che in parte mi potesse piacere. Quindi decisi di arruolarmi.

Fui inghiottito in pieno da quella che era la trappola statale per i giovani maggiorenni del Sud: fare turnazioni di ventiquattr'ore nell'esercito senza nessun diritto di straordinario retribuito e senza riposo. La cosiddetta "carne da macello" nel tritacarne dello Stato. Un sistema fatto ad hoc per disumanizzare giovani cresciuti con tanti sacrifici a una vita fatta di valori…

Purtroppo io non facevo parte di quei privilegiati che avevano amicizie e facevano compiti più umani – come fare da autista al generale, occuparsi dello spaccio, oppure lavorare in ufficio con qualche maresciallo. Il mio posto fu con i più sfortunati: per un anno a fare le guardie alla porta carraia di un centro addestrativo situato a Viterbo.

Vedevo tante ingiustizie in questa gestione del plotone, e ciò mi portò ad essere sfiduciato nell'istituzione militare. Perché chi ne aveva le redini adottava questi schemi senza un senso di giustizia e correttezza.

Non tardarono ad arrivare problemi con tale autorità. Purtroppo la mia gestione della rabbia non è mai stata esemplare: non tendo a gestirla, perché credo che quando si superi un limite sia giusto che esca fuori e faccia il suo dovere. E così fu.

Ricordo, infatti, che durante una mattina di guardia – che normalmente iniziava alle 9.00 per finire il giorno dopo allo stesso orario – io in quel giorno ero di controllo autoveicoli e quindi dovevo iniziare con due ore di anticipo, quindi alle 7.00. Arrivai lì alle 7.10 e, diciamo, sulla carta sbagliai. Ma sbagliai di cosa? In quel corpo di guardia nessuno schiattava più di noi: tartassati senza pietà, trattati come cani.

Appena arrivato verso le 7.10 quella mattina, mi venne incontro l'ufficiale di picchetto, ovvero il responsabile della muta, che – poverino – si era stancato a dormire troppo fuori casa quella sera e si sentiva in diritto di punirmi. Decise quindi di chiamarmi subito a rapporto e di dare le spiegazioni del mio ritardo al mio ufficiale in comando: un tenente da quattro soldi che non sapeva gestire con giustizia e dignità dei giovani ragazzi partiti volontari perché credevano in quel corpo dello Stato.

Ovviamente, la mia risposta a tale accanimento mattutino – da parte di chi, una tantum, una volta all'anno faceva un turno di guardia, verso di me che lo facevo sette volte in due settimane – mi sembrò davvero fuori luogo. Risposi a tale cattiveria con violenza e rabbia. E fortunatamente non trascesi a livello fisico, anche se vi posso assicurare, cari lettori, che per le ingiustizie viste dall'interno e provate sulla mia pelle, certe persone meritavano di essere legate e frustate pubblicamente.

Fatto sta che da quel diverbio ne nacque un processo militare, che poi si concluse con tanto fumo. Ma col senno di poi devo dire che quel mio atto di ribellione portò alla presa di consapevolezza da parte di altri uomini che, fortunatamente, ricoprivano ruoli di prestigio superiore a quello che erano i miei comandanti diretti.

Oltre a quest'episodio spiacevole, in due anni lì strinsi amicizie molto forti, con persone provenienti da tutto il Sud: dal Lazio e Sardegna in giù, ad eccezione di un ragazzo torinese – hehehe – che era davvero unico in quel posto. Quanto l'ammiravo per questo.

L'addio, dopo due anni, è stato un fiume di lacrime e ricordi da parte di tutti. E di quel periodo conservo i migliori ricordi legati ai miei commilitoni, e i peggiori – nauseanti e grotteschi – legati al tenente e a chi come lui gestiva in maniera così vergognosa il plotone.

Inoltre, vorrei utilizzare questo spazio per abbracciare, ovunque tu sia ora amico mio, un grandissimo fratello di quei due anni: il mio caro amico Nino Candido. Che purtroppo non è più tra noi, dopo che è rimasto vittima di una tentata frode assicurativa mentre ispezionava un casale abbandonato, in qualità di vigile del fuoco.

Quanta amarezza e quanto dolore, fratello mio. Dopo tanti anni di sacrifici per raggiungere il tuo obiettivo, rimanere vittima di quella bomba, da parte di questi psicopatici truffatori di assicurazioni. Tu e i tuoi colleghi. Dopo tanti anni ancora non me ne capacito, e spero solo che la tua famiglia abbia la forza di uscire da questo dolore. Perché io ne sono straziato e distrutto, e non ne sono in grado.

Anche alla tua famiglia va tutto il mio amore e affetto.

R.I.P. Nino.

Prima di concludere l'esperienza militare, vorrei parlare di un aneddoto successomi – ovviamente – durante un turno di guardia.

Il mio servizio si svolgeva o nella caserma principale, oppure al centro di comando che risiedeva in un monastero antico nel centro di Viterbo.

Be', cari lettori, da dove iniziare...

In pratica, dopo le nove di sera, quella ex abbazia – ormai adibita a uffici militari – aveva una storia antica e torbida, sicuramente.

Durante una di quelle notti – era il secondo anno per me nell'esercito – ero stato spostato dalle guardie al centralino. Quindi mi competeva, di tanto in tanto, di rimanere segregato tutta la notte all'interno di quest'abbazia, totalmente da solo. Le uniche altre anime erano, appunto, i miei ex colleghi di guardia alla porta d'ingresso.

Durante una di queste notti, mentre ero in procinto di dormire ma ancora vigile, mi incominciò a scivolare dai piedi del letto – come se qualcuno me la stesse sfilando – la coperta che avevo su di me, stesa all'altezza del petto. Quindi capite che, anche per gravità, questa cosa non poteva accadere…

Che dire, lettori miei. Una cosa davvero inquietante. In quell'abbazia abbandonata, di notte, nel buio e gelo di quella stanza con pareti di pietre nere antiche, tipiche dei vecchi monasteri.

La mia reazione fu più fredda dell'entità che mi stava giocando quello scherzo. Dato che, urlando, non mi avrebbe sentito nessuno, non ebbi nessun tipo di reazione – se ci penso. Bensì rassegnazione: "Caro il mio fantasma, fai ciò che vuoi. Io mi sono rotto già tutto…"

I racconti testo di enzo88
1

Suggeriti da enzo88


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di enzo88